Gelati confezionati cari: la verità su prezzi e shrinkflation

I gelati confezionati cari pesano sul budget estivo. L’indagine svela i rincari folli fino al 75% e le riduzioni di formato che svuotano le tasche

Con l’arrivo della bella stagione, concedersi una pausa rinfrescante è un piccolo rituale a cui nessuna di noi vorrebbe rinunciare. Eppure, l’amara sorpresa quest’anno non si trova all’interno della confezione, ma sullo scontrino della spesa. Il piacere iconico dell’estate sta subendo una metamorfosi silenziosa che colpisce direttamente le nostre tasche. Negli ultimi cinque anni, i prezzi dei nostri snack preferiti sono lievitati in modo vertiginoso, registrando un incremento medio che sfiora il quaranta per cento. Si tratta di una crescita straordinaria che supera di gran lunga il già pesante andamento dell’inflazione alimentare generale, trasformando un semplice sfizio quotidiano in un vero e proprio lusso da monitorare con attenzione.

Se il formato si restringe e il costo lievita

Molte di noi hanno avuto la netta sensazione che i grandi classici da freezer stessero progressivamente rimpicciolendosi, quasi a voler scomparire nel palmo di una mano. Questa non è una semplice impressione da consumatrici attente, ma una realtà commerciale ben precisa che prende il nome di shrinkflation. Questo fenomeno agisce in modo inversamente proporzionale, riducendo la quantità di prodotto all’interno delle confezioni storiche mentre il prezzo resta invariato o, in molti casi, addirittura aumenta. Analizzando i dati storici emerge chiaramente come alcuni dei pilastri della nostra estate abbiano perso peso in modo scarsamente visibile nell’ultimo quinquennio, modificando la percezione di ciò che acquistiamo e alterando la convenienza reale di ogni singola porzione.

Le cifre della metamorfosi nel banco freezer

I numeri parlano chiaro e fotografano una situazione accurata per tre dei prodotti più amati in assoluto. Il Magnum Classic ha visto il suo peso scendere da settantanove a settantadisette grammi, un cambiamento che si traduce in un esborso maggiore del ventisei per cento a porzione, con un impatto sul prezzo al chilo che sale del trentadue per cento. La storica Coppa del Nonno è passata da settantadue a sessantacalcinque grammi, richiedendo una spesa superiore del venticinquemila per cento a porzione e un rincaro al chilo del trentotto per cento. Il Maxibon detiene il primato di questa contrazione, scendendo da centodue grammi agli attuali novantasei; per gustarlo oggi spendiamo il quarantatré per cento in più a porzione, configurando un aumento record del cinquantatré per cento se calcolato al chilo.

Nessun beneficio per la linea, solo una questione di costi

Inizialmente si potrebbe ipotizzare che dietro questa riduzione delle porzioni si nasconda un’attenzione delle aziende verso la nostra silhouette o la salute, un po’ come accaduto in passato per alcune merendine alleggerite per limitare l’apporto calorico e di grassi. L’attenta analisi nutrizionale smentisce però questa romantica ipotesi. Il bilancio delle calorie per porzione rimane pressoché identico o subisce variazioni del tutto trascurabili, così come restano invariati i livelli di grassi totali e saturi rispetto a cinque anni fa. La vera trasformazione risiede spesso nelle formule interne e nella sostituzione degli ingredienti. In diverse ricette, ad esempio, il burro di alta qualità presente nel venti ventuno è stato rimpiazzato con il grasso di cocco, un olio vegetale decisamente più economico per i produttori ma che non offre reali vantaggi nutrizionali a chi consuma.

Oltre la shrinkflation, i rincari inspiegabili dei grandi marchi

Sarebbe tuttavia riduttivo attribuire l’intera colpa dei gelati confezionati cari soltanto alle confezioni ridotte. La shrinkflation rappresenta solo la punta dell’iceberg di un meccanismo molto più complesso, dato che la stragrande maggioranza dei prodotti ha mantenuto inalterato il proprio formato originale subendo comunque rincari pesantissimi. Le motivazioni ufficiali risiedono nella scia della crisi energetica e logistica degli anni passati, unita alla forte volatilità di materie prime cruciali come il cacao. Tuttavia, le dinamiche di prezzo tra i diversi marchi si rivelano estremamente eterogenee e poco trasparenti. Mentre i coni dei supermercati come Esselunga e Coop hanno registrato incrementi contenuti tra il venti e il ventisette per cento, le grandi firme della tradizione come il Cinque Stelle Sammontana e il Cornetto Algida sono schizzate rispettivamente del quarantatré e di quasi il sessanta per cento al chilo.

Come difendere il budget senza rinunciare al piacere

La confusione aumenta se si osservano gli stecchi ricoperti che mantengono la stessa porzione: si va dall’undici per cento di aumento per Valsoia fino all’incredibile picco del settantantacinque per cento registrato da Nuii, passando per i rincari dei marchi della grande distribuzione che oscillano tra il trentacinque per cento di Conad e il cinquanta per cento di Eurospin. A complicare ulteriormente le decisioni d’acquisto concorrono le confezioni multiple dai formati ingannevoli, dove pacchi da sei o da otto pezzi dello stesso identico prodotto presentano grammature diverse e un prezzo al chilo paradossalmente più alto per la versione apparentemente più conveniente. Per fortuna, una nuova norma del Codice del consumo introdurrà presto l’obbligo di informare chiaramente i consumatori in caso di riduzione del formato, offrendo un’arma in più per fare acquisti consapevoli. Nel frattempo, l’unica vera strategia per proteggere il portafoglio consiste nel controllare sempre con attenzione il prezzo al chilo esposto sullo scaffale.

Gelati più cari: quanto incide davvero la shrinkflation?

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