Overthinking e gergo social: cosa proviamo davvero?

Parliamo con lo slang dei social, ma tra overthinking e frasi fatte sappiamo davvero dare un nome a ciò che sentiamo? La verità dietro le parole che usiamo

Quante volte, durante un aperitivo tra amiche o scorrendo i reel prima di dormire, ci è capitato di liquidare una giornata complicata con un laconico «sono in overthinking totale» o di commentare una situazione al limite dicendo di essere «piena rasah»? Nel vocabolario contemporaneo, dominato dalla velocità delle piattaforme digitali, le parole si sono accorciate, stilizzate e trasformate in formule immediate e condivisibili. Eppure, dietro questa apparente ricchezza di slogan moderni, si nasconde una realtà clinica inaspettata: avere un termine pronto per ogni circostanza non significa riuscire a capire fino in fondo cosa si muove dentro di noi.

L’illusione delle etichette e il paradosso delle parole

A fotografare questa tendenza è un’accurata indagine condotta su un campione di 720 psicologi e psicoterapeuti appartenenti alla rete clinica di Unobravo, integrata con i parametri della ricerca MINDex realizzata da Ipsos Doxa su un campione rappresentativo della popolazione italiana tra i 18 e i 70 anni. I risultati offrono uno spaccato rivelatore: tra i professionisti con oltre dieci anni di attività sul campo, ben quattro su dieci registrano un tangibile impoverimento delle competenze emotive nei pazienti. Il dato non indica una minore sensibilità interiore, ma una marcata difficoltà nel reperire vocaboli adatti a descrivere vissuti psicologici articolati. Al posto di riflessioni profonde emergono spesso definizioni stereotipate, diminutivi e frasi fatte che creano una discrepanza tra l’idea esteriore che si proietta del proprio stato d’animo e il sentimento reale che si sperimenta nell’intimità.

Non è questione di empatia, ma di educazione al sentire

Di fronte a queste evidenze, cade uno dei luoghi comuni più diffusi dell’ultimo decennio, quello che descrive le generazioni attuali come distaccate o anaffettive. Solo il 4% dei terapeuti intervistati segnala una carenza di empatia, mentre il 68% sottolinea come il vero ostacolo risieda nella fatica pratica di esprimere e comunicare le emozioni. L’origine di questo blocco comunicativo affonda le radici nella sfera relazionale primaria: quasi otto specialisti su dieci individuano nei contesti familiari in cui non si aveva l’abitudine di confrontarsi sui sentimenti la causa primaria di questo vuoto educativo. Quando mancano le parole precise per chiarire cosa accade dentro di noi, si inceppa anche la capacità di chiedere aiuto: quasi sette terapeuti su dieci collegano la povertà espressiva all’incapacità di formulare un bisogno di soccorso emotivo, e circa il 30% evidenzia come questo ritardi la decisione di intraprendere un percorso terapeutico.

Decodificare l’inconscio dietro i modi di dire

Per rispondere a questa esigenza in vista della Giornata Mondiale della Salute Mentale del 10 ottobre, nasce l’Emozionario (a questo link), un progetto editoriale ideato come un non dizionario che rovescia l’approccio accademico tradizionale. Invece di partire dalla definizione teorica di un affetto, la pubblicazione prende le mosse dalle frasi quotidiane più virali per scavare nel loro significato profondo. Come chiarisce la Clinical Manager Corena Pezzella, disporre di un’etichetta linguistica rapida non esaurisce la complessità dell’esperienza: l’opera invita a guardare oltre la superficie, indagando ad esempio se dietro l’ansia provocata dal doomscrolling notturno si nasconda semplice curiosità o un allarme legato alla paura, oppure se la classica sindrome dell’impostore non nasconda l’intreccio paradossale tra la soddisfazione per un traguardo raggiunto e un subdolo senso di colpa.

Dalla riflessione individuale ai banchi di scuola

Il linguaggio emotivo non è una dote innata, ma una competenza che richiede allenamento quotidiano e strumenti dedicati fin dalla prima infanzia. Se l’analisi delle espressioni moderne fornisce agli adulti una lente per comprendere il vissuto delle generazioni più giovani superando la barriera delle semplificazioni social, il passo successivo chiama in causa la formazione strutturata. Il percorso educativo trova infatti nella scuola il primo vero presidio per costruire consapevolezza psicologica, una prospettiva che trova concretezza nell’iniziativa istituzionale sviluppata insieme a Edulia dal Sapere Treccani, programmata per la presentazione ufficiale alla Camera dei Deputati il 12 ottobre. Imparare a nominare ogni singola sfumatura interiore diventa così il modo più efficace per riappropriarsi del proprio benessere e dare dignità a ciò che proviamo.

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