Aristides Ureña Ramos illumina le ferite del Darién

Aristides Ureña Ramos, il progetto “Darién non è una rotta (Gli altari del dolore)” attraversa decenni di ricerca. Come nasce?

«È un progetto aperto nel tempo, iniziato nel 1997 e proseguito fino alla crisi migratoria del 2023-24. Gli Altari del Dolore mi hanno permesso di vivere quella tragedia e anche misurare le mie capacità creative nei processi artistici».

Qual è il significato di presentare quest’opera oggi, in dialogo con il tema “La sublime essenza della luce e delle tenebre”?

«La storia dell’umanità è un alternarsi di oscurità e luce. La migrazione è una sfida globale che ci riguarda tutti. Il mio lavoro cerca quindi di illuminare questa realtà per generare consapevolezza e responsabilità collettiva».

Nel suo lavoro gli oggetti abbandonati diventano altari. Cosa rappresentano?

«Ogni oggetto porta un’emozione. Gli altari sono un gesto di pietà verso chi ha perso la vita nel Darién. Non conosciamo nemmeno il numero delle vittime, e quindi questo silenzio pesa sulla nostra coscienza».

Come dialoga l’installazione con lo spazio della Fortezza da Basso?

«Firenze e la sua Biennale hanno sempre accolto temi che invitano alla riflessione. Gli ampi spazi della Fortezza amplificano la forza visiva dell’opera, illuminando quelle zone d’ombra che molti preferiscono ignorare».

Qual è il valore dello scambio artistico in un contesto internazionale come Firenze?

Aristides Ureña Ramos ph press3
Aristides Ureña Ramos ph press

«Viviamo in un mondo globalizzato, dove le diversità sono una ricchezza. Dopo 39 anni a Firenze, mi sento parte di questa città: un “prodotto dell’educazione italiana”, e ne sono fiero».

Nel titolo dell’opera c’è una presa di posizione etica. Quanto conta la responsabilità civile dell’artista?

«Era necessario esporsi con forza. L’arte non può restare indifferente. Cerco di armonizzare concetti dissonanti per richiamare l’attenzione su tragedie reali, trasformandole quindi in immagini di dignità e speranza».

Come ha lavorato sul piano visivo per evitare la retorica del dolore?

«Abbiamo girato giorni interi nella giungla del Darién, evitando immagini cruente. Volevo restituire la dignità dei migranti, non la loro sofferenza».

Cosa rappresenta per lei questa Biennale?

«È un punto di verifica. L’artista è colui che sogna ciò che gli altri non vedono e ha il coraggio di realizzarlo. Ogni Biennale è, per me, un nuovo esame di maturità».

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